Gin Artigianale Italiano · Distillato dal Mare 42% vol · 50cl · Batch N.°12
★ Est. 2018 ★
Capitano Kooper

Giornale di Bordo · Gin Artigianale Italiano

La Rotta della Serenissima – Tappa I

Da Trieste a Ragusa, controvento

Diario di Bordo · Il Traverso · Dispaccio del Capitano Kooper


Stamattina il cielo su Trieste è indeciso. Alle cinque e venticinque, quando il sole si è tirato su dall’altopiano, l’aria era già densa, piena di quel caldo che ti si appiccica addosso prima ancora che tu abbia fatto qualcosa per meritartelo. Ventisei gradi all’alba, e la promessa, o la minaccia, di arrivare a trentasei nel pomeriggio. Il barometro è alto, il mare è quasi calmo, un piano d’olio con dodici centimetri di marea che sale piano.

Zero, cinque nodi di vento: cioè niente. Bonaccia. Non mi convince perché nel golfo la calma di luglio è sempre un prestito. Stasera arriveranno i rovesci, e nella notte, puntuale, tornerà la Bora da nord. Io a quel punto voglio essere già fuori.

Ho passato la mattina sul ponte della Kooper a non fare quasi nulla.

È il momento peggiore: non la tempesta, non la secca, non il buio. La partenza. Quel limbo tra l’ormeggio dato e l’ormeggio sciolto, quando la barca è ancora legata alla terra da una cima di dodici millimetri e tu sei già, con la testa, da qualche altra parte. C’è un’attesa che somiglia alla paura e una paura che somiglia all’attesa, e in mezzo un vuoto in cui ti chiedi, ogni volta, se davvero sia necessario andare.

Navigare necesse est, vivere non est necesse, diceva Pompeo ai suoi marinai che non volevano imbarcarsi col cattivo tempo: navigare è necessario, vivere no. L’ho sempre trovata una frase magnifica e un po’ bugiarda.

La Kooper è una IMOCA 60, carbonio e foil, disegnata per gli oceani. Prenderla per una rotta costiera, la stessa che i mercanti facevano a remi e vela latina, è una specie di eresia. Un cavallo da corsa mandato a tirare l’aratro. Ma la prima tappa la voglio fare così: piano, sotto costa, guardando la terra scorrere a dritta come la guardavano loro.


Perché Ragusa.

Ragusa: la porta dei Balcani e dell’Oriente. Da lì passavano l’argento, il rame, il piombo che scendevano dalle miniere serbe e bosniache; il sale, le spezie, il cinabro. La Repubblica di San Biagio è stata l’unica, in tutto l’Adriatico, a tenere testa a Venezia senza mai farsi Venezia: rivale prima, l’alleanza con Ancona, dal 1199, era dichiaratamente in chiave antiveneziana, e poi maestra di un’arte che a noi manca, quella di stare in mezzo senza rompersi.

«Le navi e il mar, invece di campi e d’oliveti, tengono la città abbondante d’ogni bene», scrivevano di Ragusa. Una città che non aveva terra, e per questo aveva il mondo. Il suo secolo d’oro fu il Quattrocento e il Cinquecento, quando i suoi trattati esentavano le merci da ogni dazio e la sua flotta batteva bandiera propria da Gibilterra al Levante.

La rotta della Serenissima scendeva lungo la costa orientale, la costa dalmata, di scalo in scalo, di isola in isola, perché a levante c’erano i ripari, le acquate, i porti dove passare la notte.

Il Compasso da Navigare, il portolano anonimo del Mediterraneo che gira dalla metà del Duecento, non era poesia: era una lista di distanze, di fondali, di punte da doppiare. Grazioso Benincasa, da Ancona, alla rotta da Venezia ad Antivari, che gli slavi chiamano Bar, dedicò dodici pagine fitte. Dodici pagine per arrivare dove io conto di arrivare in qualche giorno. Il tempo, in mare, è l’unica cosa che non ha mai smesso di allungarsi e accorciarsi a piacere.

Curioso pensarci, mentre carico acqua e viveri: tutto l’Adriatico, per secoli, l’hanno chiamato Golfo di Venezia. Come se il mare appartenesse a qualcuno. Non è mai stato vero. Il mare non è di nessuno, è la cosa più democratica che conosca, e non perché sia facile.

Ragusa lo aveva capito prima di tutti: si può essere piccoli e liberi.


Il cielo, adesso. Mezzogiorno passato. La foschia si è alzata dalla baia di Muggia, la Vittoria lassù a Gretta è un dito bianco contro il grigio. Visibilità diciotto miglia, per ora. Sciolgo gli ormeggi prima che il tempo cambi idea, perché stanotte questo golfo apparterrà di nuovo alla Bora, e io a quel punto conto di essere già oltre Punta Salvore, con Trieste ridotta a una luce alle spalle.

Mollo. E per un secondo, solo un secondo, la barca non è più della terra e non è ancora del mare. Poi il foil morde l’acqua, e la questione è chiusa.

Ci si vede a Ragusa.

— C. K., dal Golfo di Trieste, 1 luglio

La Rotta della Serenissima – Tappa I

Da Trieste a Ragusa, controvento Diario di Bordo · Il Traverso · Dispaccio del Capitano Kooper Stamattina il cielo su Trieste è indeciso. Alle cinque e venticinque, quando il sole

Leggi Tutto »

Verso Trieste. Preparare un lungo viaggio.

Bordo, Dubrovnik (Ragusa). Giugno 2026. Scirocco in calando. Bottiglia aperta: sì. Ho mollato gli ormeggi da Dubrovnik che i veneziani chiamavano Ragusa, l’unica città che alla Serenissima sapeva guardare negli

Leggi Tutto »

Stari Grad – Città Vecchia

Si entra a Stari Grad come si entra in una frase scritta molto tempo prima di noi. La baia è lunga, stretta, paziente: si insinua nell’isola di Hvar, che i

Leggi Tutto »

Vendee Arctique: una regata verso i ghiacci

Nove barche partono oggi verso nord, e nessuno ha detto loro da che parte andare. Solo: arrivate al 66° parallelo, dove comincia il ghiaccio. Poi tornate. Mi piace, questa regata.

Leggi Tutto »

Sono tornato.

Bordo, Isole Kornati. Giugno 2026. Mare calmo. Bottiglia aperta: sì. Ci sono partenze che si annunciano con fanfare e colpi di cannone. E poi ci sono quelle dove si sciolgono

Leggi Tutto »

Kornati. Silenzio.

Ci sono posti dove il mare smette di fare rumore. Le Kornati sono uno di questi. Roccia bianca, ginepro selvatico, acqua che non ha colore perché ha tutti i colori.Ho

Leggi Tutto »