Bordo, Dubrovnik (Ragusa). Giugno 2026. Scirocco in calando. Bottiglia aperta: sì.
Ho mollato gli ormeggi da Dubrovnik che i veneziani chiamavano Ragusa, l’unica città che alla Serenissima sapeva guardare negli occhi. Prua a nord.
Verso casa. Verso Trieste.
Strano mestiere, il mio. Passare la vita ad allontanarsi da un porto per il privilegio di tornarci.
Torno per prepararmi.
Davanti ho un viaggio lungo, di quelli che si contano in stagioni e non in miglia. Voglio ripercorrere, con calma e a modo mio, le antiche rotte dei mercanti veneziani. Quelle che scendevano l’Adriatico tenendo l’Istria sulla sinistra, toccavano Capodistria e Parenzo, si infilavano fra le isole della Dalmazia come grani di un rosario di pietra e ulivi, e poi giù, sempre più a oriente, dove il mare cambia nome e il vento cambia idea.
Le galee portavano sale, vino, spezie, vetro. Io porto meno cose, e niente da vendere.
Servirà tempo. Carte, viveri, le riparazioni che la Kooper reclama sempre nel momento meno opportuno.
E pazienza, la sola botanica che non sono mai riuscito a coltivare.

Ve le ricordate, le nove barche partite verso i ghiacci?
Le avevo guardate salpare. Su, fino al 66° parallelo. Poi giù.
Sono tornate.
A vincere è stato Ambrogio Beccaria, milanese, sull’Allagrande Mapei. Prima vittoria in IMOCA, strappata negli ultimi respiri, dentro una bonaccia del Golfo di Biscaglia che ha rimescolato le carte quando tutti credevano di conoscere il finale. Il mare fa così: riscrive la storia proprio quando pensi di averla capita. Alla sua salute, bicchiere ampio, liscio.
Ma quella che aspettavo era lei. Francesca Clapcich, la triestina. Quinta, dopo la regata in solitario più lunga della sua vita, attaccata al gruppo di testa fino a poche miglia dal traguardo.
Era partita con la mia stessa bora, per andare a cercare aria più fredda. Adesso torna, e torna allo stesso golfo che ha visto me bambino. Certe acque te le porti dentro anche sotto altri cieli.

Così è la faccenda. Loro chiudono un viaggio fra i ghiacci, io ne apro uno sulle rotte vecchie di seicento anni. Le nostre prue si sfiorano un istante, su una carta immaginaria che tiene insieme l’Artico e l’Adriatico, e poi ciascuno riprende la propria.
A Trieste mi aspetta il molo, una lista lunga di cose da sistemare, e il silenzio buono di chi sta per partire e non lo dice ancora a nessuno.
Le galee veneziane, dopotutto, salpavano sempre all’alba.
Il faro non insegue le navi. Emette luce con costanza. Le navi giuste lo trovano. Anche a 66 gradi nord. Anche tornando a casa.
— Il Capitano





