Ci sono mattine in cui Trieste sembra una città inventata. Quando la Bora si è calmata e l’aria è così limpida che si vede la Slovenia dall’altra parte del golfo.
Ero in banchina alle cinque. La Kooper era pronta: serbatoi pieni, provviste a bordo, carte nautiche sul tavolo della dinette. Ho fatto il giro di controllo come sempre: albero, sartiame, timone, motore.
Tutto a posto.
Mentre mollavo gli ormeggi, ho guardato Trieste un’ultima volta. Il Palazzo del Lloyd, la Piazza Unità, le luci della raffineria che si spengono una a una con l’arrivo del giorno. Ho pensato: questa città è sempre stata un porto. Un posto da cui si parte. E a cui si torna.
Ho messo prua a sud-est. Il sole stava salendo. Il vento era leggero, da nord-est. Ho alzato la randa e il fiocco. La Kooper ha preso il vento e ha cominciato a muoversi.
Come sempre, come ogni volta, ho sentito che stava cominciando qualcosa.



