Gin Artigianale Italiano · Distillato dal Mare 42% vol · 50cl · Batch N.°12
★ Est. 2018 ★
Capitano Kooper

Giornale di Bordo · Gin Artigianale Italiano

Stari Grad – Città Vecchia

Si entra a Stari Grad come si entra in una frase scritta molto tempo prima di noi. La baia è lunga, stretta, paziente: si insinua nell’isola di Hvar, che i veneziani chiamavano Lesina

Non c’è onda. C’è solo la Kooper.

I foil qui non servono a niente: non c’è velocità da rubare al vento, c’è semmai tempo da restituire. La barca scivolava con quel poco di abbrivio che le resta e io sto a prua, le mani in tasca, a fare il mestiere più antico del marinaio, che non è navigare ma guardare.

Stari Grad vuol dire Città Vecchia. Ma vecchia rispetto a cosa, mi chiedevo, se è una delle più antiche d’Europa? Vecchia rispetto a niente. Vecchia e basta. Come certi uomini in fondo al molo che non aspettano più nessuno.

I greci di Paros sbarcarono qui nel 384 avanti Cristo e la chiamarono Pharos. Faro. Mi piace pensare che abbiano scelto il nome prima ancora di costruire il porto, che siano venuti fin qui non per attraccare, ma per fare luce. Duemilaquattrocento anni dopo entra un triestino mezzo inglese su una barca ereditata da chissà chi, e la prima cosa che il posto gli ricorda è una vecchia idea che si porta dietro da troppo tempo: il faro non insegue le navi. Le navi giuste lo trovano.

Strano trovare la propria ostinazione scolpita nel nome di un molo dall’altra parte della storia.

A terra, oltre le case di pietra basse e oneste, comincia la piana, l’Ager, lo Stari Grad Plain, che i greci divisero in parcelle regolari con muretti a secco e che da allora nessuno ha più avuto il coraggio di disordinare. Vigne e ulivi disposti come versi, da venti secoli. C’è qualcosa di consolante nel sapere che da qualche parte sulla terra un campo viene coltivato esattamente come allora, e che la mano che oggi pota è soltanto l’ultima di una catena lunghissima di mani.

Noi al gin ci mettiamo sei botaniche e ci sembra di aver inventato la pazienza. Qui la pazienza ha l’aria di non aver mai smesso.

Ho cenato in una di quelle locande che non hanno bisogno di insegna perché ci si arriva seguendo il profumo, la fame. Mi hanno portato la gregada, lo stufato che a Hvar si fa da sempre e che altrove non sanno fare, perché altrove hanno fretta.

Branzini interi adagiati in una teglia di terracotta, le patate sotto a fare da letto, l’aglio, un rametto di rosmarino, il vino bianco versato con confidenza e il pane rustico. La teglia era grigia di cotture, e solo il bordo restava arancione, color ruggine, l’unica nota calda di tutta la tavola.

La sera ha portato la lavanda. Hvar la coltiva sui pendii e quando cala il vento di terra il profumo scende fino in rada, si posa sull’acqua, entra in pozzetto senza chiedere permesso. Mi sono versato il gin liscio, nel bicchiere largo, a temperatura d’aria, e l’ho lasciato respirare accanto a quella lavanda che non avevo invitato. Il ginepro e il fiore selvatico si sono parlati per un po’ sopra la mia testa. Io non ho detto niente. Ci sono conversazioni a cui un uomo può solo fare da porto.

Arrivare non è la stessa cosa che fermarsi. Si arriva con le vele, ci si ferma con la testa. Io a Cittavecchia sono arrivato in un pomeriggio; quanto al fermarmi, vedremo cosa dice il vento domattina.

Più tardi, con il buio completo, è rimasta solo una luce in fondo al molo a tenermi compagnia. L’ho guardata, a lungo, finché il gin non è finito e la baia non si è chiusa intorno alla barca come si chiude un libro letto bene.

Stamattina, prima di salire verso la piana, sono andato a vedere il Tvrdalj. Lo costruì nel Cinquecento Petar Hektorović, poeta e signore che invece di alzare mura per tenere fuori il mare lo fece entrare in casa.

Dentro la fortezza c’è una peschiera: una vasca di pietra dove l’acqua salata sta ferma e i pesci girano in tondo, al sicuro, mentre fuori il mondo faceva quello che fa il mondo. Le arcate in pietra calcarea si rispecchiavano nell’acqua immobile con una precisione che toglieva il respiro: sopra l’arco vero, sotto l’arco riflesso, e in mezzo nessuna differenza, come se la pietra avesse imparato a nuotare. Sui muri l’edera e qualche fiore caparbio; in un angolo una vecchia lanterna color arancio, spenta da chissà quando ma ancora lì a fare la guardia; e oltre il tetto, lontano, il campanile a tenere il tempo per tutti.

Un uomo che costruisce una fortezza per i pesci. Per difendersi dai turchi, anche, ma soprattutto per avere accanto qualcosa di vivo che non chiede granché. Lo capisco più di quanto vorrei. Anch’io ho una peschiera: si chiama Kooper, ci giro dentro in tondo, ed è tutto il mio mare.

Domani conterò i muretti a secco salendo verso la piana. Stanotte mi basta sapere che esiste un posto chiamato Faro dove il mare smette di avere fretta. E che per una volta, anche io.

dal Diario di Bordo della Kooper, baia di Stari Grad

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